| |
|
Quando si immagina la vita in Italia si pensa a prodotti straordinari, al vagabondare lungo strade acciottolate, con un cestino in mano, con il cibo che fa spettacolo… La logica che ne consegue è che un'Università fondata da Slow Food sarebbe circondata dal cibo “buono, pulito e giusto”? Vero? Forse no.
Come molti di noi qui all'UNISG hanno scoperto, trovare il cibo buono, pulito e giusto è raramente semplice.
La mia prima esperienza di shopping in Italia è in netto contrasto con la mia precedente convinzione. Lungo una strada piena di traffico, tra Parma e Castell'Arquato, mi sono divertito e sono rimasto perplesso nel ritrovarmi in una delle più grandi catene di supermercati d'Italia, la Conad.
In quel momento, Conad era il santuario dei prodotti alimentari convenienti: non vi era nulla di diverso da qualsiasi altro supermercato del mondo, da Sydney a San Francisco.
L'architettura parlava chiaro: corsie di cibo pronto, collocato in ordine gerarchico. Riconoscevo la strada da solo nelle corsie desolate ben prima di entrarci.
Dove era il buono, pulito e giusto in queste corsie illuminate al neon? Il latte non pastorizzato era solo un sogno? La “salvezza” stava nell'area dei prodotti gastronomici a metà strada tra i cibi in scatola e la carta igienica sul retro del supermercato. L'abbondanza di salumi e formaggi era impressionante, ma il pesce è quello che mi ha maggiormente colpito.
Venendo da Sydney, un luogo dove abbonda il pesce fresco, non ho mai preso in considerazione l'acquisto di pesce in un supermercato, ma qui il pesce – freschissimo e ha superato le mie aspettative.
Questo potrebbe essere buono, pulito e giusto? Come assicurare le ultime due definizioni, ma è sufficiente dire che era molto buono per il mio gusto, e andava bene per i miei parametri sulla qualità del pesce..
La seconda “salvezza” stava nello scaffale delle bottiglie- non si trattava del latte non pastorizzato ma di un vino locale il cui nome ho rintracciato sulla cartina della regione Emilia-Romagna. Ma il locale è necessariamente buono, pulito e giusto?
Due settimane più tardi, attrezzato di curiosità e determinazione, mi sono trovato nel cuore di Parma. La Corte Dalla Terra alla Tavola è un gioiello gastronomico, un mercato di agricoltori biologici. Mele coltivate da mani attente, così croccanti e gustose da riportarmi indietro alla mia infanzia in una piccola fattoria a Kangaroo Island, dove assaporavo la prima mela raccolta da me, nella nebbia mattutina, con il succo che colava dal mio mento.
In un altro banco del mercato ho trovato il Culatello di Zibello, città vicino a Parma. Si scioglieva in bocca e faceva danzare le mie papille.
Ho scoperto presto altri gioielli come la Pescheria in Piazza Ghiaia che offre quotidianamente pesce fresco e deliziosi capperi e olive.
E ancora, alla fine di via d'Azeglio, mi sono fermato felice e stupito nel vedere un distributore automatico di latte crudo non pastorizzato, fornito ogni giorno da una vicina azienda agricola.
Il Parmigiano Reggiano al mercato degli agricoltori biologici è “buono” per i miei sensi, ma dopo aver assistito al processo di produzione e vendita mi chiedo quanto possa essere pulito e giusto.
I fagiolini alla Conad, importati dal Kenya, possono effettivamente essere più coerenti sotto il profilo ambientale rispetto alla produzione locale fuori stagione. I fagiolini possono anche essere equi, visto che sostengono l'occupazione in Kenya, ma questo richiede indagini più complesse.
Il mio amato latte non pastorizzato è decisamente buono, soprattutto quando durante la notte la panna sale in superficie, sembra anche essere pulito, visto che produce meno rifiuti con bottiglie riutilizzabili vendute così vicino al luogo di produzione; sembra anche giusto, dato che l'agricoltore riceve dal consumatore 1 euro invece dei 35 centesimi che riceve dal supermercato.
Valutare gli alimenti sulla base dei principi di Slow Food del buono, pulito e giusto non è semplice: le qualità sensoriali, nonché ambientali, sociali, politiche, indagini nutrizionali costituiscono questa equazione.
Entrando nel vivo del mio Master e conoscendo nuovi e diversi prodotti e processi alimentari, la mia mente di pone domande sempre più complesse. Essere maggiormente coinvolti nel processo, tuttavia, e più in grado di indagare, è il primo passo verso una maggiore consapevolezza del consumo.
|