Storie non dette
 

foto: Anke Klitzing

Durante gli stage Unisg si impara ciò che nessuno può insegnare.

La didattica può avere forme diverse. A volte ritrovarsi in balìa del vento, in piedi in mezzo a un campo, può trasmettere più di un intero libro di testo.
Oggetto di studio quel giorno era il riso. Ospiti della Cascina La Colombara vicino a Vercelli, sede della Rondolino ScA, azienda produttrice di Carnaroli di qualità. La giornata era grigia e umida, e sotto la cappa del cielo i campi di stoppie si stendevano in ogni direzione.
Per quel giorno la nostra aula era la vecchia stalla, cambiata di poco dal precedente utilizzo, se non che il locale stretto e lungo ora era vuoto e ben spazzato. Seduti su sedie pieghevoli di legno ascoltavamo mentre Piero Rondolino, direttore dell’azienda, ci introduceva nel mondo del riso, alla sua storia, alle varietà principali, alle proprietà funzionali e organolettiche, ai metodi di produzione. Dopo una visita agli impianti di lavorazione siamo passati agli assaggi nei suoi vari usi gastronomici - riso bollito, risotto, in insalata e persino gelato di riso. Nel pomeriggio abbiamo visitato altre parti dell’azienda agricola. Le architetture di Cascina La Colombara hanno mantenuto la loro forma originale grazie alla clemenza del tempo e agli sforzi della proprietà, e solo un angolo della struttura è stato ristrutturato per ospitare gli uffici.
La tipica cascina padana comprendeva non solo stalle e fienili ma anche botteghe artigiane e i locali privati dei braccianti, la maggior parte dei quali viveva al suo interno. Un tempo la cascina rappresentava un mondo a sé, un’entità economica autosufficiente, che spesso comprendeva anche una chiesa, un negozio e una scuola per i bambini.
Le enormi stalle ospitavano centinaia di capi, nutriti a cereali e stoppie di riso, e impiegati per l’aratura dei campi, il trasporto e per fertilizzare i terreni. Fabbro,  falegname e sellaio contribuivano al funzionamento della comunità-cascina. In un’epoca in cui la manodopera costava poco e l’impiego di macchinari era scarso, il motore della cascina era rappresentato dal sudore e dall’apporto muscolare umano. Al suo apice il complesso sostentava fino a 300 persone.
Oggi oltre agli impianti di produzione risicola, La Colombara ospita anche un piccolo museo che ne incapsula parte della storia. L’iniziativa è stata voluta da Mario Donato, che in cascina ha trascorso l’infanzia. Il museo offre una storia culturale dei braccianti estivi della cascina e delle mondine, che ogni anno giungevano dal sud come manodopera extra necessaria per il diserbo e la cura delle risaie. Le donne erano alloggiate in un edificio isolato, in mezzo ai campi; una costruzione di due piani in mattoni, con un’infilata di finestre  e un ingresso centrale. Al primo piano si trovava il dormitorio, con 30 letti per stanza, che le donne dividevano per settimane. A ognuna di esse era assegnata una branda, un pagliericcio, un ripiano per il bagaglio e qualche gancio a muro. In un angolo si trovava una stufa sufficiente per il caffè della mattina.
Donato ha lavorato con passione e particolare attenzione ai minimi dettagli per ricreare la stanza come la ricordava da bambino. Sui ripiani sono state sistemate delle valigie; indumenti di nylon e rayon, con pizzi industriali, fazzoletti e scialli di lana sono appesi ai ganci e alle grucce, o sistemati sui giacigli. Sparsa qua e là, qualche calza e qualche rivista con le star del cinema hollywoodiano degli anni Cinquanta.
Il vento ci accompagna nel tratto di strada verso la casa delle mondine, e camminiamo con le mani in tasca, i cappuccio ben calati in testa e le sciarpe strette intorno al collo. All’ingresso il signor Donato ci illustra una giornata lavorativa tipica delle donne, di come si alzassero all’alba e terminassero di lavorare al tramonto, tutto il giorno in piedi nell’acqua delle risaie, estirpando le erbacce che altrimenti avrebbero soffocato le piantine di riso. File di schiene piegate che avanzavano solerti nei campi sommersi.
Oggi quelle stesse terre che un tempo richiedevano l’impegno continuo di numerose famiglie e ulteriore manodopera in estate sono lavorate dalle macchine che richiedono l’impiego di due uomini. La visita al dormitorio delle mondine, la ricostruzione delle botteghe e la collezione di attrezzi agricoli raccolta nella stalla ci ha trasmesso rapidamente la storia e il contesto socio-economico della produzione risiera.
Ritornando verso gli edifici principali della cascina sul sentiero fangoso il signor Donato, scusandosi, ci dice, “so che siete qui per conoscere il riso, ma ho pensato vi potesse interessare anche questo aspetto”.
Forse che queste storie non dette non fanno la storia del riso?

 
   
 
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— Anke Klitzing