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foto: Emily Teel

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È difficile parlare di Parma senza evocare il rosa brillante che caratterizza il Prosciutto di Parma, o il Parmigiano Reggiano, suddiviso in scaglie ricavate da giganti forme circolari. Passeggiando nei pressi di qualsiasi trattoria si trovano nei menù gli stessi piatti: una infinita gamma di salumi e tortellini accompagnati dal lambrusco. I prosciutti vengono appesi in file in ogni gastronomia, in attesa di essere affettati con una Berkel. Mentre al mercato contadino del sabato mattina si possono facilmente trovare produttori di formaggi che vendono solamente Parmigiano, ma di diversa stagionatura.
Roland Barthes considera il cibo un sistema di comunicazione all’interno del quale sia la nostalgia che l’identità nazionale possono essere capite. Se siamo d’accordo con lui, dobbiamo chiederci: come possiamo capire la lingua di un luogo quando noi stessi siamo come profughi, lontani dai nostri paesi?
Il cibo è dopotutto un potente simbolo di identità di gruppo e di appartenenza. Noi creiamo la nostra identità attraverso il cibo che amiamo e con quello che noi ci rifiutiamo di mangiare. Forse non c’è niente di così convincente come un desiderio.
Gli studenti dell’UNISG portano in Italia uniche e specifiche voglie di cibo per nutrire i nostri corpi, ma anche le nostre identità, in quanto si riferiscono alle nostre origini. Può essere stimolante, tuttavia, per chi non è italiano trovare sapori di casa a Parma.
Nonostante negozi e supermarket vantino lunghe corsie di pasta e reparti pieni di formaggi e salumi, ingredienti stranieri abbastanza comuni per gli stranieri brillano per la loro assenza.
Noi bramiamo tortillas, kimchi, burro di arachidi, Vegemite, cheddar e fagioli messicani. Per fortuna in città esistono piccoli negozi di frutta e verdura che vendono prodotti internazionali. Hello! Food, Asia & Africa Market, Xu Yi Market, and Laky Indian Shop diventano gli outlets dove tutti coloro che non sono italiani possono trovare sapori di casa propria.
I negozi sono spesso di proprietà di immigrati provenienti da Cina, India e Tunisia, ma si procurano prodotti da tutto il mondo. Con la loro vocazione multiculturale, queste attività nella comunità acquisiscono una funzione di democratizzazione. Persone provenienti sia dal Ghana che dal Canada possono così andare lì a soddisfare i propri desideri. Sotto le loro luci fluorescenti, in borse e scatolette impolverate, le identità costruite di ognuno possono essere trovate sotto forma di tagliatelle udon, masoor dal o farina fufu. Mangiare questi prodotti ci indica come stranieri in Italia e rafforza il concetto di dualismo del vivere all’estero, secondo cui si può sia amare il cibo italiano, ma anche desiderare i sapori di casa.
Questa è la poesia dell’aroma misto di spezie, pesce essiccato, e i prodotti per la pulizia nei negozi etnici di Parma. Come studenti UNISG, gastronomicamente parlando, diventiamo bilingui. A Parma impariamo a parlare e capire il cibo italiano come se fosse una seconda lingua gastronomica, ma non dimentichiamo mai la nostra madrelingua, gli alimenti tipici dei paesi da cui siamo venuti. |