Moda Slow
 

foto: The Uniform Project

I miei nonni vivono in un paesino nel sud della Francia dove coltivano quasi tutta la frutta e gli ortaggi che consumano. Allevano galline, piccioni e conigli. Da bambina ho trascorso con loro quasi tutte le mie estati. Li aiutavo a nutrire gli animali, a raccogliere le uova, a innaffiare l'orto. Per loro cucinavo la mia “minestra di sassi” – il mio primo esperimento gastronomico – i cui ingredienti erano acqua del pozzo, pietre, terra ed erba.
Sul retro della loro casa, una veranda consentiva allo sguardo di spaziare tra colline vitate e “garighe”.
Oggi la zona è disseminata di case prefabbricate tutte uguali. Il macellaio, che un tempo faceva la spola da Lozère per le consegne, non passa più.
Dove una volta c'erano tre panetterie, oggi non ne resta che una e il negozio del droghiere è chiuso. Ora i miei nonni vanno a comprare il burro da Carrefour. Anche il sarto non c'è più, come il calzolaio. La gente viene a vivere qui sempre più numerosa, perché le case sono più economiche che a Montpellier, ma acquista abiti e scarpe nei negozi delle catene H&M o Zara, i cui modelli, economici e realizzati con materiali scadenti, soddisfano il desiderio di vestire secondo la moda del momento, obbligandoci a seguire i dettami modaioli, piuttosto che creare un nostro stile personale. Ci si incontra alle feste vestiti allo stesso modo, con abiti che si logorano presto. Non li rammendiamo, come avrebbero fatto un tempo le nostre nonne. Li buttiamo.
Con la corsa continua al profitto, l'industria della moda ha trasferito la produzione in Nordafrica, il Medioriente e l'Asia. Una volta pronti, gli abiti sono rispediti nei paesi di provenienza, contribuendo all'esaurimento delle scorte petrolifere e all'aumento delle emissioni di gas-serra. I produttori stranieri sono sotto pressione per garantire costi minimi e consegna ultra-rapida. Con priorità come queste, l'impatto ambientale della produzione è l'ultima delle loro preoccupazioni. La cieca ossessione per il profitto contribuisce anche al degrado delle condizioni di lavoro: ai salari bassissimi fa da contraltare l'altissimo numero degli incidenti. Per non parlare dell'impiego di manodopera infantile.
Se rifiutiamo di accettare prezzi iniqui e condizioni lavorative illecite nell'ambito del nostro sistema alimentare, dobbiamo farlo per tutti i settori.
La consapevolezza dell'impatto ambientale delle attività umane sta crescendo. Se nel settore alimentare ciò si traduce in acquistare prodotti biologici, locali e di stagione, in quello della moda dovrebbe significare capi più naturali, locali e meno “stagionali”. Un indumento dovrebbe durare anni, come una ricetta, tramandata di generazione in generazione. Dovremmo poter essere in grado di passare i nostri vestiti ai nostri nipoti.
Oltre alle considerazioni ambientali ed etiche, scegliere i capi per riempire i nostri armadi dovrebbe essere gratificante, come acquistare prodotti al mercato locale. Scoprire finalmente un abitino nero di cotone che ti sta a pennello dovrebbe essere altrettanto entusiasmante che trovare una costata dalla marezzatura perfetta. Basta lasciarsi andare e immaginare il gusto della carne grigliata abbinata a piselli, fagiolini e asparagi altrettanto attraenti perché di stagione, o a come quel vestito starebbe con le scarpe senape con tacco a rocchetto acquistate in negozio retrò dieci anni fa e con il cappello che tua madre ti ha regalato per i vent'anni. O a come, il giorno successivo, si potrebbe servire la lombata fredda, tagliata a fettine sottili, con pane integrale, senape e sottaceti, o a come “smorzare” il nuovo vestito abbinandolo a legging effetto pelle e un paio di scarpe da basket.
La bellezza sta non solo nel modello di un abito, ma anche nel poterlo condividere con gli altri. Durante tutto l'anno, il mio stile personale ha turbato la gente di Colorno. Fin dal primo giorno ho dovuto sopportare sguardi insistenti, espressioni stupefatte, mormorii. Rendo la gente sospettosa. Obiettano al mio aspetto nello stesso modo in cui dubiterebbero della qualità dei tortelli di zucca che non siano stati fatti dalle mani materne.
Cibo e moda sono importanti, ed è sbagliato considerarli argomenti frivoli o da guardare con sufficienza. Entrambi rappresentano una parte fondamentale della nostra cultura. Sono modi di comunicare nuove idee e antiche tradizioni. Dobbiamo ricongiungere produzione e consumo, responsabilizzarci rispetto alle nostre abitudini e ammettere che per ogni t-shirt usa-e-getta che acquistiamo, per ogni pezzo di formaggio prodotto industrialmente, esprimiamo un'opinione filosofica, economica e politica. Finché non cominciamo a mangiare e vestirci in sintonia con i nostri princìpi allora continueremo a essere degli ipocriti che contribuiscono a rendere il mondo un luogo sempre più   omologato e sempre meno salubre, un mondo in cui le tradizioni, i paesi, le vite, e quindi l'ambiente globale vengono dimenticati per far largo ai profitti.

 
 
 
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— Pascale Brevet