Intervista a Carlo Petrini
 

foto: Maurizio Milanesio

In una bella giornata di metà giugno siedo nell'ampio e luminoso ufficio di Carlo Petrini che si affaccia sul cortile interno del Boccondivino, un'osteria di Bra, quartier generale di Slow Food. Sono qui per parlare all'uomo che non solo è il fondatore di Slow Food e dell'Università di Scienze Gastronomiche, ma anche il presidente del consiglio di amministrazione dell'Ateneo.

JC: Mi parli del rapporto tra l'Università e Slow Food.

CP: L'idea dell'Università ci è venuta per dare dignità accademica alla gastronomia, e per farlo dovevamo sviluppare un concetto diverso di gastronomia, quello di scienza a tutto tondo: completa, complessa e multidisciplinare. Purtroppo, nel corso dell'ultimo secolo, la gastronomia è stata concepita come una materia di ambito limitato, concentrata sui ristoranti, gli chef, i corsi di cucina, la Guida Michelin, e tutta la letteratura e le mode alimentari. Questo concetto di gastronomia è riduttivo e intendevamo allontanarcene. Dovevamo realizzare un'università che fosse un luogo di riconoscimento della gastronomia e investigasse in modo più approfondito le idee che l'avevano preceduta.
Il rapporto tra l'Università e Slow Food è forte perché Slow Food l'ha costruita e l'ateneo è la realizzazione della nostra idea di gastronomia.

JC: Perché due corsi? Perché due sedi?

CP: Perchè siamo stati fortunati ed abbiamo trovato due sostenitori, le Regioni Piemonte e Emilia-Romagna, e due immobili, uno dei quali di assoluto prestigio – la Reggia di Colorno – e l'altro, quello di Pollenzo, anch'esso architettonicamente interessante.

JC: C'è qualche messaggio che vuole trasmettere direttamente agli studenti Unisg?

CP: Mi auguro che l'Università possa realizzare una rete solida di ex studenti, che possa collegarli attraverso il mondo. Nell'arco di un decennio avremo più di 2000 alumni, semi che spargeranno in tutto il mondo non necessariamente le idee di Slow Food, ma questo nuovo concetto di gastronomia. E mi auguro che le amicizie e i rapporti che si sono stretti tra gli studenti si rafforzeranno nel tempo, e resteranno con loro per sempre. Spero che nel loro cuore ci sarà sempre un posto per Slow Food e Terra Madre. I valori di Terra Madre convergono sull'intelligenza emotiva, non sull'intelligenza fredda e sterile. Intelligenza emotiva e anche anarchia: ecco le due colonne che hanno consentito al movimento di sopravvivere.
Guardando ciò che circonda la scrivania di legno scuro di Petrini, occupata dai giornali, e alla libreria a muro, vedo alcuni dei regali ricevuti in molti anni: una nutrita collezione di chiocciole in vari materiali: legno, vetro, ceramica.

JC: Alcuni professori hanno osservato che quest'anno gli studenti non sembrano più così legati al manifesto di Slow Food e alle sue idee.

CP: Dobbiamo realizzare una rete che consenta un margine di autonomia e indipendenza. Non dobbiamo forzare la gente a seguire le nostre idee. Vogliamo dare alle persone informazioni sufficienti che consentano loro di formare un proprio concetto di gastronomia e di seguirlo nei loro paesi di origine. Ecco perché è importante il concetto di intelligenza emotiva, perché non vogliamo cadere in un'organizzazione troppo gerarchica che limiti la libertà e l'autonomia dei paesi e il modo in cui in essi si esprimono il contesto e i valori della gastronomia.

Dopo aver combattuto per qualche minuto con l'involucro di plastica di una confezione di biscotti artigianali, Petrini la apre e, con uno sguardo all'orologio, me ne offre uno.

CP: Ecco, come in Inghilterra, la Regina Elisabetta ti offrirebbe un biscotto alle 5 del pomeriggio.

Ridiamo gustando qualche biscotto piemontese prima che io riparta per Colorno e Carlo Petrini riprenda a occuparsi di Slow Food e dell'Università di Scienze Gastronomiche. Mentre sono in viaggio, ritorno alla sua risposta alla domanda se, potendo tornare indietro, cambierebbe qualcosa. “Se mia nonna avesse avuto le ruote sarebbe stata un autobus? Non posso saperlo.”

 
 
 
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— Judy Corser